The-Room-iOS-2

In un mondo videoludico che va in controtendenza rispetto agli stilemi degli albori – sempre meno storie e sempre meno longeve -, anch’io devo registrare un personale trend inverso. Mi piacciono i giochi brevi. Sono abbastanza scarso e ho poco tempo da dedicare a quello che, invidiatemi pure, è quasi nella sua totalità un lavoro piuttosto che un hobby. Per questi motivi, provo un’attrazione fatale per il miraggio di titoli approcciabili, che offrano obiettivi palpabili e non lontani, che oltre – più della – classica sfida di stampo videoludico tipica di un medium come il nostro, presentino e sappiano raccontare una storia bella, coerenti con una loro realtà e aderenti ad un qualche tipo di concretezza.

Chiamatela sindrome della mille lire al mese, ma questa, per me, è la principale capacità che un team di sviluppo deve avere al giorno d’oggi. Sia chiaro, però: bene i sei livelli di un The Room Two, male le sei ore di un Call of Duty: Modern Warfare 2. Essenzialmente perché il ritmo è diverso e la caratura di certi elementi – penso all’ambientazione, all’atmosfera e anche alla rifinitura maniacale dei dettagli – pure. E non si tratta di chiudere un occhio o sopportare una mancanza strutturale: io sono quelli che Alan Wake è nella top ten dei migliori titoli della scorsa generazione, quindi l’occhio lo chiudo volentieri sulla ripetitività ma lo apro dove merita che sia aperto. Sono per lo story-driven.

Altra cosa che apprezzo, e rientra sostanzialmente nell’alveo degli “obiettivi palpabili e non lontani” di cui parlavo prima, è la suddivisione in livelli o comunque l’organizzazione dei contenuti secondo uno scheletro riconoscibile – qualcuno la definirebbe linearità. Ho gridato dal dolore di sapere che Metal Gear Solid V: Ground Zeroes sarebbe stato open world, perché quel genere secondo me se lo può permettere solo GTA, ma ho gioito per gli episodi in stile serie televisiva di The Phantom Pain. Questo perché, contando i ‘quadri’ che mi mancano alla fine, riesco a darmi un passo e un tono rispetto a quello che sto giocando. Nel senso, sono al secondo livello, dungeon o quel che volete di una storia? Ottimo: sono calmo, mi prendo il mio tempo per esplorare e mi godo i particolari. Di contro, so quando rushare e quando accelerare nel rispetto del pathos videoludico. Per non parlare della fatica di riprendere un gioco aperto dopo giorni di assenza…

Titanfall

Infine, so come pianificare il mio futuro da gamer. Non tutti i giochi mi sanno tenere entusiasta una volta spenta la console, pochissimi mi riportano alla voglia che avevo durante la prima partita nella seconda. Perciò ho bisogno di avere un obiettivo non solo videoludico ma anche, passatemi il termine, di spending review. Del tipo: sto giocando Zelda, devo sbrigarmi perché poi c’è Bravely Default, poi c’è Titanfall e via discorrendo.

Non mi piace fossilizzarmi. Sono il prototipo del videogiocatore precario, almeno in questa accezione, per una pura scelta stilistica.

Commenti A te la parola, boxaro... Ehm, lettore, pardon.